SAN BENEDETTO DEL TRONTO, 01/03/2009 - E' stata inaugurata ieri 28 febbraio 2009 alla Palazzina Azzurrala personale "La poetica della durata" di Giorgio Cutini, fotografo per passione che è stato premiato lo scorso anno del “Premio delle Arti e Premio della Cultura” del Circolo della Stampa di Milano. Tanti artisti illustri, fra cui anche gli altri due assegnatari marchigiani del premio, il critico Armando Ginesi ed il pittore Bruno Mangiaterra. Presenti anche il fisico nucleare Franco Rustichelli come anche Adolfo Guzzini di iGuzzini, il critico Enzo Carli, il poeta Eugenio De Signoribus e molti altri personaggi del mondo dell’arte.
«Ho avuto modo di conoscere Cutini durante una sua mostra a Fano – ha spiegato l’assessore alla cultura Margherita Sorge – ed è un onore per noi averlo qui in Palazzina Azzurra, che è e sta diventando sempre più il fiore all’occhiello di San Benedetto».
A presentare l’opera di Giorgio Cutini, è stato il critico Armando Ginesi, esaltandone la qualità indiscussa delle opere: «Nelle fotografie di Cutini – afferma il professor Ginesi – si erge lo slancio vitale, le fotografie rispecchiano anche la sua professione di chirurgo, che salva e restituisce la vita. Riesce a cogliere il movimento nel suo fluire e non rappresentano qualcosa di reale, ma un qualcosa, “quel” qualcosa che viene dal di dentro».
Il dottor Cutini, apprezzato chirurgo laparoscopico di fama europea, ricopre l’incarico di Primario di Chirurgia Generale presso l’Ospedale Generale di Jesi ed è un noto fotografo creativo, per molti anno sodale del grande Mario Giacomelli.
La mostra resterà aperta fino a mercoledì 18 marzo, sempre con ingresso gratuito.
Annalisa Cameli
GIORGIO CUTINI
LA POETICA DELLA DURATA
Mostra fotografica
Inaugurazione: sabato 28 febbraio ore 18
Apertura: 28 febbraio/18 marzo
Presso: Palazzina Azzurra, San Benedetto del Tronto (AP)
Orari: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19
Ingresso: Gratuito
Inaugurata sabato 28 febbraio alle ore 18 alla Palazzina Azzurra di San Benedetto la personale fotografica di Giorgio Cutini "La poetica della durata".
La mostra, organizzata dall'assessorato alla Cultura, resterà aperta fino a mercoledì 18 marzo, sempre con ingresso gratuito.
Sono in mostra circa 60 opere, divise in 7 serie. Nato a Perugia, Cutini è un chirurgo con la passione della fotografia, e dal 1974 vive ad Ancona.
Fondamentale per la sua formazione sono stati gli incontri con Ugo Mulas e Mario Giacomelli. Cutini si è anche dedicato alla fotografia scientifica nell'ambito della sua attività chirurgica. Numerosi articoli sono stati dedicati al suo lavoro, su riviste nazionali specializzate, anche a firma di figure come Umberto Piersanti e Francesco Scarabicchi.
TESTO CRITICO DI ARMANDO GINESI
Da catalogo presente in mostra
Non so quante volte io abbia scritto e detto che non sono un critico della fotografia, per cui la mia ermeneutica delle immagini ottenute con l’obbiettivo non può basarsi sull’analisi delle tecniche linguistiche specifiche. Io applico quelle generali che sono proprie dell’interpretazione di qualsiasi linguaggio iconico che voglia farsi espressione creativa.
Il modo in cui Giorgio Cutini si accosta al reale è di natura empatica. Il che vuol dire che egli guarda il mondo con la volontà di proiettarvi le proprie emozioni fino al punto di identificarsi con esso. Questa affezione (empàtheia in greco) verso gli oggetti, i paesaggi, le persone, si fenomenizza attraverso la capacità ch’egli possiede di appropriarsi del movimento per farlo diventare immagine, riflesso di una cosa reale trasformata nella realtà dell’icona. Il movimento inteso in senso bergsoniano, l’ élan vital che è energia motrice e vivificatrice dell’universo; che è intuizione, fulcro di una metafisica che supera la materialità senza negarla; che è durata concepita come dato immerso nel flusso inarrestabile dell’esistenza.
Io credo che Cutini, più o meno consapevolmente, sia stato sollecitato da certi esiti fotografici di Anton Giulio Bragaglia che lo hanno sollecitato verso l’andare a “vedere” con l’obbiettivo non i vari stati a cui l’oggetto perviene grazie al movimento – che sono stati di sosta – ma piuttosto gli interstizi, ovvero gli intervalli di tempo che si susseguono lungo il suo fluire spazio-temporale. In una area che si richiama alla liminalità, come la intende l’antropologia culturale allorché si occupa dei riti iniziatici, ovverosia una dimensione tra la strutturazione e la destrutturazione, tra la separazione e la riaggregazione, laddove non-si-è-più e non-si-è-ancora, dunque in un regno delle possibilità pure, paragonabile a quella tela bianca di cui parlava Wassili Kandinskij la quale, abbagliante di attesa, è lì per far risvegliare, dall’apparente vuoto, qualcuna delle infinite latenze che possiede.
La maggior parte della produzione fotografica di Cutini sta a comprovare quel che abbiamo detto sopra. Ogni volta l’oggetto è colto nel suo divenire eracliteo e tende alla smaterializzazione non per annullarsi ma per trasformarsi in “ombra” (come ha acutamente notato Enzo Carli, lui sì critico fotografico) e farsi, più che immagine, ricordo dell’immagine.
Il riferimento al ricordo fa entrare in scena un altro protagonista di sapore bergsoniano (ma prima ancora platonico), la memoria, che è una dinamica del pensiero rivolta all’indietro ma indispensabile per procedere in avanti: come una specie di alimentazione, di rifornimento energetico che dà senso al cammino in direzione del futuro.
Giorgio Cutini ha fatto parte, con Mario Giacomelli ed altri, di un movimento definito Passaggio di frontiera, nel cui Manifesto – redatto nel 1995 – è scritto tra l’altro: “Perseguiamo la conoscenza attraverso l’educazione all’originalità, alla comunicazione, alla comprensione”. Parole che ricordano il pensiero di un filosofo, teologo e antropologo che mi è particolarmente caro, Rudolf Otto, il quale, riferendosi alla conoscenza nel Gefühl (sentimento), diceva di concepirla come un sentimento che non costringe dentro il cerchio soggettivistico, ma compie il passaggio all’oggetto in forma spontanea e dunque diventa conoscenza attraverso la poesia.
Ho detto di Cutini e del movimento. C’è un momento in cui il fotografo perugino (marchigiano di adozione), è come se avesse deciso di fermarlo, di “catturarlo” (come ha scritto Carli in un testo del 2002), questo movimento. In pittura tentò di farlo magistralmente, tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, Luca Signorelli; si vedano, in particolare, due sue opere, La flagellazione e La conversione di San Paolo a Loreto. Come Signorelli anche Cutini, attraverso l’intrappolare il moto, è come se cogliesse e leggesse i segni delle cose.
Per restare in argomento è ancora Enzo Carli che ci illumina con il titolo di un paragrafo del testo già citato. Un titolo che recita così: “Il fotografo che nomina le cose”. In sostanza Cutini è come se volesse dire che bisogna fermare provvisoriamente il divenire delle cose per riconoscerle come tali e deciderne la denominazione. Si tratta di un atteggiamento di natura segnica dietro il quale mi sembra di ritrovare una certa lezione di Giacomelli, maestro indiscusso (soprattutto nei suoi esordi pittorici di tipo segnico-gestuale e informale-materico) anche del segno autosignificante.
Ma l’arresto del divenire – più pensato che realizzato – è nella fotografia di Cutini un momento breve e transeunte. Lo spirito dell’artista fotografo si rituffa in breve tempo nel flusso vivente della materia e delle immagini a cui si aggiunge un altro elemento dinamico ed immateriale qual è la luce. Anch’essa è in perenne movimento: si posa sulle cose, a volte le accarezza, a volte sembra volerle aggredire, oppure scappa via con esse a velocità sostenuta. In quest’ultimo caso lascia scie, ovvero segni di grande evidenza ancorché impalpabili e senza peso.
Come non richiamarsi, a questo punto, al titolo di un libro che sempre Carli ha dedicato a Cutini e cioè La vertigine del movimento ? Infatti il divenire, il cavalcare la luce, il farsi guidare da essa per via del suo fascino ammaliatore, l’entrar dentro lo spazio destrutturato dove tutto ruota in attesa di trasformarsi in cose, dove regnano le ombre dinamiche e inquiete, dove lo spirito sovrasta la materia, dove ruota un vortice che avvince, seduce e attrae, dove c’è la vertigine che ti cattura. Ma non per trascinarti verso il basso, al contrario, per innalzarti verso altezze vertiginose dove la realtà si fa sublime, la fisica si trasforma in metafisica, la conoscenza diventa sentimento puro. E dove il fascinans e il tremendum convivono (anzi si identificano) in una dimensione altra che ha il sapore della perdita del peso della materialità, dove si può lambire la condizione dell’angelicità. Nella dimensione “vertiginosa” dell’arte, della poesia, che le foto di Giorgio Cutini hanno saputo magicamente raggiungere.
Armando Ginesi