Perturbazione
“Canzoni allo specchio”

Etichetta: Mescal
Brani: Dieci anni dopo / Chiedo alla polvere / Spalle strette / Animalia / Se mi scrivi / Se fosse adesso / Canzone allo specchio / La fine di qualcosa / Seconda persona / A luce spenta / Quattro gocce di blu / Il materiale e l’immaginario
Produttori: Paolo Benvegnù & Perturbazione

Ci sono dischi con grandi attacchi, dischi che ti inghiottono sin dal primo verso. Per un disco come per un romanzo, un buon attacco può buttarti al tappeto. Il primo esempio che mi viene in mente è l’attacco di Born to run, l’avete presente tutti, sì? “The screen door slams, Mary’s dress waves”, due versi, due soltanto e sei dentro la strada di tuono.

L’attacco di ‘Canzoni allo specchio’ è di quelli da ricordare:
“Con la voglia di bruciare/
quel che porto addosso/
solo perché lo indossavo/
quando mi hai costretto all’angolo”.

Quattro versi, quattro soltanto e sei dentro un romanzo di spreco, sull’amore lasciato sfuggire, figlio di destini beffardi, calpestato e infangato, pugnalato alle spalle, amore incolpevole.

I Perturbazione giungono, con ‘Canzoni allo specchio’, ad un’invidiabile bellezza formale e alla creatività felice dei momenti di grazia.

E la tenuta dell’ispirazione, per tutta la lunghezza dell’album, li distingue per esempio dai compagni di etichetta Mambassa, che si muovono nello stesso ambito musicale. Non ci sono cali di tensione in ‘Canzoni allo specchio’, i dodici episodi sono tasselli perfetti di un continuum emozionale, la sola ‘Se mi scrivi’, con il suo pur piacevole appeal pop, stride col resto e non ne raggiunge lo spessore.

‘Dieci anni dopo’ ha gli slanci del sentimento imperituro, a metà strada tra ragione (“non ho più vent’anni/e non mi importa più”), rimpianto (“è solo ingenuità/che mi ha fregato ancora”) e rabbia (“con l’inganno ci hanno spinto/in questa trappola”).

‘Spalle strette’ è la summa filosofale del disco (“meglio le spalle strette/pochi ricordi si posano addosso/meglio le spalle strette/stringiti forte che scivoli via”), ironico e languido canto di chi ha nella memoria il testamento di una vita.

Porta via lembi di pelle la canzone più bella, ‘A luce spenta’. Perché ha strofe di nulla vestite che scioglierebbero anche pietre (“che ti prende che succede amore mio/non capisco questa fretta di partire/…/fammi un po’ di posto accanto a te/e raccontami da capo di noi due”) e un ritornello vertiginoso che devasta, a patto che si conosca in prima persona l’ellittico percorso che parte dalla dolcezza, passa attraverso lo strazio più inconsolabile per finire ancora in un punto sfocato dalle parti della dolcezza.

E quanta sublime tristezza c’è già nel titolo programmatico che segue, “Quattro gocce di blu”. E’ l’attestazione più limpida dell’assenza incalcolabile, fuori di ogni reticenza o consolazione fasulla (“il buio è tornato/più veloce di prima”).

Difficile trovare un punto di riferimento preciso per i Perturbazione, niente di più probabile che diventino un punto di riferimento loro stessi nei prossimi anni.

‘Canzoni allo specchio’ ha sonorità calde ed avvolgenti, ricche delle traiettorie sinuose del violoncello e della produzione emozionale di Paolo Benvegnù, nome di culto del rock declinato alla nudità dell’anima.

‘Canzoni allo specchio’ si candida con dieci mesi d’anticipo a disco italiano dell’anno.

Pierluigi Lucadei


Recensioni – sabato 19 marzo 2005, ore 11.14