NEGRITA: intervista

 

Sono sempre lì a ricordarci che il rock'n'roll non è del tutto esanime, i Negrita. Preziosi rappresentanti italiani di quella musica piena zeppa di riferimenti al torrido sud degli States e agli sporchi riff di matrice stoniana. Il 1999 è stato un anno fortunato per loro. Secondo alcuni l'anno della rinascita. Hanno dato alle stampe il quarto album "Reset", nel quale hanno percorso con successo la via di una modernità discreta ma d'impatto, e si sono avventurati in una tournee di cinque mesi che ha toccato ogni parte della penisola, confermando quanto di buono già si sapeva sull'efficacia del loro live-act. Per tirare le somme, abbiamo incontrato Pau (voce) e Drigo Salvi (chitarra solista).
Sono passati cinque anni dall'uscita del vostro primo album. Anche alla luce della tournee che si è appena conclusa, potete fare un bilancio di questo periodo?
Pau: Il bilancio è senza dubbio positivo. In questo periodo abbiamo fatto tre album e un mini
e possiamo dire con tranquillità di essere arrivati ad un buon punto. Abbiamo avuto la conferma di questo nelle ultime date del tour, in cui abbiamo avuto un pubblico molto sismico e recettivo. Questo ci fa dire di aver fatto cinque anni molto buoni e soprattutto in crescita, al di là degli alti e bassi che ci possono essere tra anno e anno e tra album e album, che credo siano normali.
Come è cambiato il vostro pubblico in questi anni?
Drigo: Sicuramente adesso è più folto. E si è anche trasformato un po'. Inizialmente facevamo concerti pure nei centri sociali, ma quella era una realtà a noi lontana alla quale, sinceramente, non ci interessava appartenere,sia perché ad Arezzo la realtà del centro sociale non è mai esistita sia perché ci sembra un mondo un po' troppo limitato. Prima quindi potevi trovare ai nostri concerti anche tipi da centro sociale, adesso ci sono altre persone: E' un pubblico nuovo.
Mi sembra che il vostro rendimento in studio e dal vivo sia diverso. Sbaglio?
Pau: Bè, noi siamo nati come una band live. Il live è importantissimo, è una scarica d'adrenalina che ogni sera si ripete. Essendo nati su un palco, è questo il terreno che preferiamo. Però col tempo anche il nostro rapporto con lo studio è migliorato. Dopo che lavori per quattro album in studio, ci prendi dimistichezza ed è bello quando questo succede, soprattutto perché in studio hai la possibilità di ragionare su certe cose e di sperimentarne delle altre, cosa che non accade nello spazio di un live.
Vi siete fatti scrupoli ad utilizzare nuove tecnologie?
Pau: All'inizio delle registrazioni di "Reset" ce li siamo fatti, perché era la prima volta che mettevamo le mani su qualcosa che non fosse una chitarra, un basso o una batteria. Avevamo qualche dubbio, sì, però d'altra parte sentivamo l'esigenza di andare oltre lo schema del rock'n'roll tradizionale. Ora possiamo dire che l'utilizzo della tecnologia è stato fondamentale. L'abbiamo comunque usata in maniera garbata, senza inquinarci troppo e senza farla diventare il sesto elemento della band.
Come vedete i cambiamenti che ci sono tra i vostri album, che sembrano andare ognuno per una direzione propria?
Drigo: Anche se qualcuno può non essere d'accordo, questi cambiamenti non rappresentano una debolezza né tantomeno la mancanza di un filo conduttore. Io mi sono reso conto già da tempo che questa è la nostra forza, perché così riusciamo a rinnovarci, certe volte anche abbastanza radicalmente, pur rimanendo fedeli a noi stessi. Fare musica e continuare a ripetersi non ci sembra giusto.
Una situazione come quella attuale, in cui escono tanti dischi italiani, molti dei quali di qualità, credete che possa oscurare qualche gruppo o credete che l'interesse diffuso per tanti prodotti finisca alla fine per favorire un po' tutti?
Pau: Io penso questo: se la musica rock italiana vuole elevarsi ad un livello superiore deve avere un grosso vivaio di band e di artisti. Tanto alla fine i migliori vengono fuori. Il problema è che con il boom del rock italiano le case discografiche si sono trovate tra le mani una mina e hanno iniziato a prendere gruppi a destra e a manca, senza, secondo me, una cultura musicale adeguata, e quindi sono state prese delle ciofeche allucinanti e può essere capitato che qualche buona realtà sia rimasta fuori.
Non credete che il vostro album precedente, "XXX", sia stato un mezzo passo falso?
Pau: Prima di registrare "XXX" avevamo fatto due album che ci avevano dato una certa credibilità da parte della stampa di settore. Noi però ci sentivamo un po' stretti e abbiamo voluto fare un album che tornasse alla radice del nostro essere. Pezzi diretti senza troppe cose sopra. Questa cosa ci ha fatto del male per quanto riguarda la risposta dei critici, ma la nostra idea di partenza era di fare un disco diretto per parlare a più persone possibili, non per vendere il più possibile. E' diverso. Probabilmente abbiamo fatto degli errori. Non lo neghiamo. Quell'album, però, oltre a farci del male, ci ha dato anche un'impressionante voglia di rivalsa e così abbiamo fatto "Reset" che ha messo d'accordo un po' tutti, critica e pubblico.
Quali sono i tre dischi di "testo" che secondo voi ogni musicista dovrebbe conoscere?
Pau: E' troppo difficile…
Drigo: Io direi "Are you experienced" di Jimi Hendrix, "Sgt. Pepper's" dei Beatles e "Exile on main street" dei Rolling Stones.
Pau: Allora io dico "Dark side of the moon",… no, tre son troppo pochi, facciamo quindici.
Drigo: Poi c'è un trittico di dischi che ci influenzato molto per l'ultimo album. Sono "Ok computer" dei Radiohead, "Up" dei R.E.M. e, in misura un po' minore, "Adore" dei Pumpkins.
Come sarà il successore di "Reset"?
Pau: Per adesso ci sono parecchi spunti, però dobbiamo vedere…Abbiamo fatto una settimana di "provacce" in mezzo al tour, però è un po' presto per fare delle anticipazioni. Il disco comunque dovrebbe uscire attorno al settembre del 2000.

Pierluigi Lucadei