“Memorie di una geisha”
di Rob Marshall

Centoquarantaquattro minuti di una rara intensità, che raccontano una ventina di anni del Giappone, dal 1929 all'arrivo degli americani dopo la guerra: "Memorie di una geisha", del regista Rob Marshall (vincitore al suo debutto di ben 6 premi oscar con "Chicago") sotto la supervisione di uno Steven Spielberg qui nelle vesti di produttore esecutivo, si presenta come la più bella alternativa ai cinepanettoni natalizi, che imperversano sui grandi schermi durante le feste.
Tratto dal best seller di Arhtur Golden, rimasto primo in classifica negli Stati Uniti per ben due anni, vendendo oltre quattro milioni di copie e con 32 traduzioni nel resto del mondo, "Memorie di una geisha", pur avendo un taglio occidentalizzato e globalizzato, esalta con notevole maestria tutti i canoni della spettacolare tradizione giapponese: la figura poetica della geisha appunto, nè moglie nè amante nè prostituta, ma un'artista che deve intrattenere uomini ricchi, l' esotico scontro fra i lottatori di sumo e ovviamente il teatro kabuki, cui i gesti delle geishe rimandano continuamente. In una Kyoto ricostrutita interamente negli studi cinematografici della California per mantenere i costi del budget, si narra l'epopea di Sayuri (una straordinaria Zhang Ziyi), questo il nome da geisha di Chiyo, che ancora bambina viene venduta dalla propria povera famiglia di pescatori insieme alla sorella, per essere avviata alla carriera di geisha. Non vedrà più nessuno della sua famiglia, essendo subito separata dalla sorella e raggiunta dalla notizia che il padre e la madre sono morti. Si troverà sola, seppur attorniata spesso da uomini, a dover combattere con un amore impossibile, il Presidente (il Ken Watanabe de L'ultimo samurai), nato ancora quando era bambina, e con un'acerrima rivale come la splendida avversaria Hatsumomo-Gong Li, come lei in cerca del proprio cammino e pronta a qualsiasi cosa per non esserle seconda.
Zhang Ziyi nei sontuosi costumi di Sayuri mentre danza sotto la neve è una scena già cult.
La passione del racconto, sembra farci toccare con mano il dramma psicologico-sociale della protagonista, fin da quando secondo l'antico rituale della mizuage, assiste alla vendita all'asta della propria verginità. Completa il cast di primissimo livello Michelle Yeoh, che interpreta la maestra di Sayuri, sempre pronta a ricordare che "la felicità che nella vita devi inseguire, non è la tua". La parola "gei" in giapponese vuol dire arte: una geisha deve essere appunto una diva che deve saper recitare, danzare, conoscere le virtù domestiche, le varie cerimonie, l'arte del conversare. Una nota di gossip riguarda il malcontento giapponese per la mancanza di un'attrice locale nel cast (Zhang Ziyi e Gong Li sono cinesi, mentre Michelle Yeoh è malese), che sembrerebbe poter precludere il successo della pellicola in patria.
Se qualcosa però esiste in questo film che lascia perplessi, è la scelta di rappresentare Sayuri sempre e comunque come un'eroina, rispetto alla vittima sacrificale di un mondo affascinante ma crudele e oppressivo, come viene contemplata nel libro. Nonostante questo, il film risulta godibilissimo, piacevole nelle sue divagazioni ma soprattutto nella sua evidente poesia narrativa.

Alessandro Orecchio


Recensioni – giovedì 22 dic. 05, ore 17.19