John Parish
“Once upon a little time”

Etichetta: Mescal
Brani: Salò / Boxers / Choice / Sea defences / Even redder than that / Water road / Somebody else / Kansas City electrician / Stranded / Glade Park / Even redder than that too / The last thing I heard her say
Produttore: John Parish

Se “Once upon a little time” avesse avuto nove pezzi invece di dodici sarebbe stato la colonna sonora ideale per un tentativo di corruzione erotica; uno di quei dischi da accompagnare a luci soffuse e a qualche calice di vino, mentre ti dai da fare sul divano con un bell’esemplare di sesso femminile che è vicino così a capitombolare. Come quelle dei Tindersticks, le canzoni di John Parish sembrano fatte apposta per farci i porci comodi tuoi sopra, languide e sensuali. “Water road” è una deliziosa suite lunare, “Stranded” un sinuoso invito a distendersi e annullare le difese, “The last thing I heard her say” un sussurro senza tempo.
John Parish è polistrumentista e produttore apprezzato in tutto il mondo, soprattutto per la sua lunga collaborazione con P.J. Harvey, ma anche per i lavori con Giant Sand, Sparklehorse, Eels, Tracy Chapman, 16 Horsepower. “Once upon a little time”, tra l’altro primo disco internazionale griffato Mescal, è il migliore dei dischi che John Parish ha firmato col proprio nome. Elegante e con un vago retrogusto jazz, scivola quasi interamente cullandoti con atmosfere da sogno.
Se “Once upon a litle time” avesse avuto nove pezzi, si diceva, sarebbe stato perfetto per il lettore di fianco al divano. Invece la traccia 4 è “Sea defences”, un folk straniato che rimanda agli Eels dell’amico Mark Everett e, ancor più, a Beck. Le tracce 5 e 6, poi, sono due canzoni gemelle (“Even redder than that” e “Even redder than that too”) molto vicine alla ‘no depression’ di certo alternative-country. Belle alla pari del resto, si fanno amare meno forse per il semplice motivo che causano un risveglio dal sogno proprio quando non se ne sente il bisogno.
Con John Parish suonano Marta Collica dei Sepiatone, Giorgia Poli, ex Scisma (a proposito, come è possibile che i magnifici dischi degli Scisma siano finiti fuori catalogo?), e Jean-Marc Butty, già collaboratore di Parish ai tempi di “To bring you my love” di Polly Harvey. In “Somebody else” è ospite alla chitarra Mr.Oscurità Hugo Race e si sente: ballata obliqua e a tratti inquitante, forse l’episodio migliore della raccolta. Nel disco c’è anche lo zampino di Hopey, la figlia minore di Parish, che ha ispirato il titolo (“Once upon a little time” è la frase con cui iniziava tutti i suoi racconti) e ha strimpellato l’organo in un brano.

Pierluigi Lucadei


Recensioni – martedì 6 dicembre 2005, ore 15.59