Speciale Eels: “Blinking lights and other revelations”
Un uomo chiamato E
di Pierluigi Lucadei
L’uomo chiamato E compare sulla scena musicale americana agli inizi degli anni Novanta, quando facendo tutto da solo, comporre, cantare, suonare, pubblica due album per la Polydor, “A man called (E)” (1992) e “Broken toy shop” (1993). La sua miscela di melodie cristalline profumate di sixties e di cantautorato sghembo alla Tom Waits e Van Dyke Parks non raccoglie, però, il successo meritato, così E (vero nome Mark Oliver Everett) decide di metter su una band e di chiamarla Eels. Ora, ci sta che il fruitore di musica distratto non abbia mai sentito questo nome, ma per rendervi conto del valore degli Eels potete chiedere a tutti i rockettari fissati che conoscete, nove su dieci vi diranno che la band di E è un punto di riferimento essenziale per chiunque abbia intenzione di misurarsi con la forma canzone degli ultimi quindici anni. Sei gli album degli Eels pubblicati finora: “Beautiful freak” (1996), “Electro-shock blues” (1998), “Daisies of the galaxy” (2000), “Souljacker” (2001), “Shootenanny!” (2003), e il recentissimo “Blinking lights and other revelations” (2005). Per chi desidera avvicinarsi all’artista poliedrico e un po’ fulminato che risponde al nome di E sono consigliabili “Beautiful freak”, contenente l’hit alternativo “Novocaine for the soul”, e l’incredibile “Electro-shock blues”, disco segnato dal dolore come nessun’altro mai. Tra il primo e il secondo album degli Eels il destino sembra accanirsi contro E. Già orfano di padre dall’età di diciannove anni, E assiste prima al suicidio dell’amata sorella Liz, poi alla morte per cancro della madre, dopo una lunga sofferenza. “Electro-shock blues” di quei giorni disperati è il diario in forma di ballate ruvide e coraggiosissime, canzoni in cui E mette tutto il suo dolore, le sue lacrime, la sua rabbia e, incredibile a dirsi, anche un tocco di black humour. L’ironia non abbandona mai E, tagliente a sufficienza da essere considerato un personaggio scomodo dal music-biz, caustico al punto da sputare «non fatemi questo quando mi sarò ammazzato» contro un giornalista che gli chiedeva un’opinione sui diari postumi di Kurt Cobain. «Le cose non andranno meglio/finché non andranno ancora peggio/la maledizione è più forte di me/o io sono più forte della maledizione?» si interroga il nostro eroe in una canzone del nuovo disco, e più avanti, nella stessa canzone, si sbilancia con un ghigno dei suoi, diretto e disarmante: «il cielo è buio stanotte/ma è il miglior buio che io abbia mai avuto». E l’alternanza di buio e luce è il tema chiave di tutto il nuovo album.
Blinking lights. Luci intermittenti. Come quelle dell’albero
di Natale. Può capitare di rimanere immobili a fissarle per ore e,
in quell’alternanza perenne di luce e buio, riflettere sul senso della
vita. All’uomo chiamato E tali riflessioni hanno ispirato il tema portante
del nuovo album degli Eels: “Blinking lights and other revelations”.
In 33 canzoni E riassume la sua carriera, mette insieme il pop sghembo degli
esordi, le ballate delicate di “Daisies of the galaxy” e il rumore
di “Souljacker”. Ce n’è davvero per tutti i gusti.
Con la consueta voce rotta, E infila una serie di canzoni d’amore che
farebbe piangere anche quelli che hanno un pezzo di marmo al posto del muscolo
cardiaco: “I’m going to stop pretending that I didn’t break
your heart” («sto per dirti ciò che hai bisogno di sentirti
dire/anche se sono in ritardo/di appena tre o quattro anni/e potrebbe avere
poco senso/ora che siamo lontani/ma la sto smettendo di fingere/di non averti
spezzato il cuore») la più ispirata. Capita di sentire freddo
imbattendosi in pezzi come “Dust of ages”, un canto di dolore
semplice e minimale, quasi un haiku («la polvere degli anni/si deposita
sui tuoi giorni/così scuoti il tuo cappotto/e vai per la tua strada»).
E, come il buio lascia spazio alla luce, anche il freddo va a farsi benedire
quando arrivano pezzi ‘estivi’ come “A magic world”,
“Trouble with dreams”, “Old shit/New shit”, “Hey
man”, che hanno melodie colpevoli di farti canticchiare versi agghiaccianti
come «ogni momento è costruito per durare/quando vivi senza un
passato» o laceranti come «sai come ci si sente a cadere sul pavimento/
e piangere le tue budella fino a non averne più» manco fossero
i ritornelli di Robbie Williams. “Mother Mary” è una follia
di tre minuti, tutta sostenuta dall’organo, “Last time we spoke”
è un blues suonato con una chitarra piena di cicatrici e rughe, sarebbe
bello sentirne un duetto con Tom Waits. L’Orco in persona latra invece
come un pazzo in “Going fetal”. Peter Buck dei R.E.M. suona la
chitarra nella divertente “To lick your boots”. John Sebastian
suona l’autoharp in “Dusk: a peach in the orchard”, uno
dei sette strumentali dell’album, tutti splendidi, nei titoli oltre
che nella musica: sono o non sono geniali “Marie floating over the backyard”,
“Theme for a pretty girl that makes you believe that God exists”,
“God’s silence”, “Last days of my bitter heart”?
Le ballate pianistiche sono forse i pezzi da novanta della raccolta. E scalda
lo strumento con “Suicide life”, si avvicina alla perfezione con
“Ugly love”, la supera di netto con “If you see Natalie”
e con la bellezza mozzafiato di “The stars shine in the sky tonight”.
Accompagnate dal piano, le parole di E sembrano stagliarsi nella notte come
lapidi di sangue («tu puoi non aver bisogno di questo mondo/ma questo
mondo ha bisogno che tu sia qui», «il mio tipo di amore è
un amore sgradevole/ma è vero e dura tanto, tanto tempo», «le
stelle brillano nel cielo stanotte/come un sentiero oltre la morte»).
E quando alla fine E trova rifugio nella memoria del padre, famoso fisico
iniziatore della teoria quantistica e dei mondi paralleli, tornano i brividi:
«mi sento come se lui fosse qui con me adesso/nonostante sia morto».
Lo fa con “Things the grandchildren should know”, ballata elettrica
di incredibile intensità che chiude il disco con la stessa smania rivelatoria
di “P.S. You rock my world”, ballata elettrica non dissimile da
questa, che chiudeva “Electro-shock blues”. “Things the
grandchildren shoul do” è il testamento dei primi quarant’anni
dell’uomo chiamato E, senza veli e senza mezze misure, con tutta l’irriverente
ironia e le nevrosi malcelate che lo fanno amare dai fan. Anche per versi
come questi: «faccio delle cose stupide/ma il mio cuore è al
posto giusto/questo è quello che so».
Potremmo dire che “Blinking lights and other revelations” è
un capolavoro assoluto, ma aspettiamo qualche tempo per giudicarlo a mente
fredda. Sin da adesso possiamo considerarlo però, senza timore di smentite,
il più bel disco dell’anno, e, vale la pena sottolinearlo, un
raro esempio di coesione: non dev’essere stato facile far entrare 33
canzoni e la personalità ingombrante di E dentro due cd, eppure il
risultato è strabiliante, se non si percepisce mai quel senso di dispersione
proprio degli album doppi. Forse perché non-una-canzone-una è
un riempitivo, ma tutte, dalla prima all’ultima, sono pezzi di disperazione,
amore, carne, anima messi insieme per continuare a galleggiare nell’illogicità
della vita.
Tracklist:
Disco 1
1. Theme from blinking lights
2. From which I came/A magic world
3. Son of a bitch
4. Blinking lights (for me)
5. Trouble with dreams
6. Marie floating over the backyard
7. Suicide life
8. In the yard, behind the church
9. Railroad man
10. The other shoe
11. Last time we spoke
12. Mother Mary
13. Going fetal
14. Understanding salesmen
15. Theme for a pretty girl that makes you believe God exists
16. Checkout blues
17. Blinking lights (for you)
Disco 2
1. Dust of ages
2. Old Shit/New Shit
3. Bride of theme from blinking lights
4. Hey man (now you're really living)
5. I'm going to stop pretending that I didn't break your heart
6. To lick your boots
7. If you see Natalie
8. Sweet li'l thing
9. Dusk: a peach in the orchard
10. Whatever happened to Soy Bomb
11. Ugly love
12. God's silence
13. Losing streak
14. Last days of my bitter heart
15. The stars shine in the sky tonight
16. Things the grandchildren should know
Recensioni – martedì 26 luglio 2005, ore 00.58