i venerdì del BIZZARRI
Addio del passato… di Marco Bellocchio.
S. Benedetto T. – ven 17 giu ore 21.30 al Palaidea.


L’appuntamento è per ven 17 giu ore 21.30 al Palaidea, presso la sede della Fondazione Bizzarri – Via San Giovanni a Porto d’Ascoli.


-Addio del passato…di Marco Bellocchio
Nato come lavoro di commissione da parte del comune di Piacenza al regista, il bellissimo mediometraggio dedicato dal regista alla Traviata di Verdi si trasforma subito in uno struggente inno d’amore alla sua città natale. L’idea di partenza è molto semplice; presentare le aria più famose dell’opera facendole cantare dai personaggi più svariati; partendo da una ragazza di 15 anni che vuole entrare nel mondo della lirica, ad un gruppo accanito di melomani che si riuniscono in un bar, ad un baritono che ironizza sulla bruttezza delle parole del libretto dell’opera, ma che sottolinea come alla fine dell’aria Di Provenza il mare, il suol scoppino sempre gli applausi.
Dunque un omaggio all’opera di Verdi, ma anche una riflessione sulla piacentinità di verdi. Difatti non mancano le solite frecciate ai parmensi, e si ribadisce come Verdi amasse molto Piacenza, tanto da stabilirsi in una villa che si trova nella provincia di quest’ultima. Parallelamente alle vicende di Violetta, scorrono le immagine della città nel presente e nel passato, dalla piazza Cavalli inquadrata al mattino ai filmati amatoriali ritrovati chissà dove che raffigurano una gita al Trebbia o un carnevale in lambretta di molti anni fa, accompagnato dal coro Largo al quadrupede sir della festa. Sorge un dubbio; è solo Violetta a dare l’addio alla vita, o forse è lo stesso regista a voler forse salutare per sempre la sua città? Tanto odiata e amata al tempo dei Pugni in tasca, forse non la guarda ora con molta nostalgia, sentendosi allontanato dal mondo mostrato in quei vecchi super 8?
Ma l’addio del titolo potrebbe anche essere dato al mondo della lirica, finito con i dischi della Callas ascoltati dalla ragazza e con la cantante anziana che canta l’ultima aria dell’opera E’ strano
Bellocchio riesce a far coesistere in un modo mirabile le vicende dell’opera e gli interventi ora ironici ora malinconici degli amanti della lirica, creando un insieme di grande fascino. La sequenza finale con il montaggio delle varie Violette che cantano dalla ragazza alla vecchia soprano è molto suggestiva e commovente. I titoli di coda scorrono con una soggettiva di qualcuno in macchina che si allontana nella nebbia da Piacenza; si tratta forse del saluto definitivo di Violetta (o di Bellocchio stesso) ad una città e ad un mondo scomparsi per sempre
Mauro Madini
-La vita e la carriera di Marco Bellocchio sono caratterizzati dalla riflessione sui due poli che hanno contraddistinto la vita italiana dal secondo dopoguerra, cattolicesimo e comunismo.
Nato nella provincia emiliana (9 novembre 1939, a Piacenza) da una madre insegnante e da un padre avvocato, perso però durante l'adolescenza, Marco riceve un'educazione d'impronta fortemente cattolica, frequentando le medie e le superiori presso istituti religiosi.
La rottura con quest'educazione si lega fortemente con l'inizio della sua carriera di regista.
Nel 1959 abbandona gli studi universitari di filosofia, presso l'Università Cattolica di Milano, per trasferirsi a Roma ed iscriversi ai corsi del "Centro Sperimentale di Cinematografia". All'inizio degli anni '60, dopo la realizzazione di alcuni cortometraggi in cui è evidente l'influenza di registi come Fellini ed Antonioni, decide di spostarsi a Londra, per frequentare i corsi della "Slade School of Fine Arts". Gli studi si concludono con una dissertazione su Antonioni e Bresson.

L'esordio cinematografico di Bellocchio avviene nel 1965 ed è al centro di forti polemiche. Il suo primo lungometraggio, "I pugni in tasca" è una reprimenda dura e dai toni grotteschi di uno dei valori cardine della società borghese: la famiglia. Il protagonista, un giovane affetto da epilessia interpretato da Lou Castel dopo la rinuncia di Gianni Morandi, cerca di uccidere tutta la propria famiglia. La pellicola, rifiutata dalla selezione della "Mostra di Venezia", viene insignita della "Vela d'Argento" al "Festival di Locarno" e di un "Nastro d'argento".

Paragonato per lo stile e per le comuni origini emiliane ad un altro grande esordiente di quegli anni, Bernardo Bertolucci, Bellocchio diviene rapidamente una delle icone della sinistra italiana. Già dal finire degli anni '60 però quest'immagine si incrina. Ne "La Cina è vicina" del 1967, "premio speciale della giuria" al Festival di Venezia e vincitore di un "Nastro d'argento", e con l'episodio "Discutiamo, discutiamo..." inserito nel film "Amore e rabbia" - film collettivo del 1969 girato insieme a Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Lizzani e Jean Luc Godard - Marco Bellocchio non può più essere definito un regista di partito. Al duro attacco all'ipocrisia dei valori borghesi si affianca la denuncia della passività, del trasformismo, della sterilità di tanta parte della sinistra italiana. Una denuncia molto forte che non risparmia neanche il rinnovamento proposto in quegli anni dalla contestazione giovanile del biennio '68-'69.

È negli anni '70 che sembra aver luogo la definitiva maturazione artistica di Marco Bellocchio. Nel 1972, con "Nel nome del padre", alla denuncia degli schemi di potere della società si affianca il tentativo di penetrare le strutture del potere e il loro rapporto coercitivo con l'individuo, tematica approfondita nei film successivi.

In "Matti da slegare" (1975), viene tentata la via del documentario. Il film è un'indagine impietosa sul mondo dei manicomi, visti come luogo di repressione più che di cura, e un'analisi delle cause della malattia mentale, di cui si mette in luce il legame di derivazione dall'organizzazione sociale. In "Marcia trionfale" (1976) si la macchina da presa di Bellocchio si interroga sul senso della vita militare.
E' appena il caso di ricordare come i due temi fossero di stretta attualità negli anni '70. Infatti nel 1972, venne approvata in Italia la legge 772 o "legge Marcora", che sanciva per la prima volta il diritto all'obiezione di coscienza e nel 1978 venne approvata la legge 180, o "legge Basaglia", che sanciva la fine dell'istituzione manicomiale.

Il 1977 si caratterizza come una nuova svolta nel percorso professionale di Marco Bellocchio. Esce il film "Il Gabbiano", tratto dall'omonimo dramma teatrale di Anton Cechov. La pellicola segna l'avvio di una nuova stagione della produzione cinematografica del regista. Se da una parte permangono i dubbi, le domande e le denunce nei confronti della società borghese, dall'altra si fa più marcata la revisione critica delle risposte fornite dalla sinistra.

Il confronto con le grandi opere della letteratura resterà una costante. In questo senso i film "Enrico IV" (1984), molto criticato per la libera reinterpretazione del testo di Pirandello e "Il principe di Homburg" (1997), tratto dal testo di Heinrich von Kleist.
Dall'altra, aumenterà la visione introspettiva dei film di Bellocchio. Una ricerca interiore che non perderà assolutamente il legame con la realtà e con le scelte della vita quotidiana e politica. In questa direzione i film degli anni '80, a partire da "Salto nel vuoto" (1980), vincitore del David di Donatello, a "Gli occhi, la bocca" (1982), fino a "Diavolo in corpo" (1986) e "La visione del sabba" (1988).

Dall'inizio degli anni '90 la ricerca introspettiva che caratterizza sempre più i suoi film porterà il regista a palesare nelle suo opere il crescente interesse per il mondo della psichiatria e della psicologia.
Sarà proprio un film basato sulla sceneggiatura dello psichiatra Massimo Fagioli a portare al regista il premio più prestigioso della carriera. Nel 1991 infatti con "La condanna", Bellocchio vince l'Orso d'argento al Festival di Berlino. Lo psichiatra Fagioli sceneggerà anche il meno fortunato "Il sogno della farfalla" (1994).

Per quanto riguarda il nuovo millennio il regista torna ad essere al centro di grandi polemiche. Nel 2001 il suo costante rapporto con la religione si traduce ne "L'ora di religione", vincitore di un "Nastro d'argento". Il protagonista, Sergio Castellitto, è un pittore, ateo e dal passato comunista, che si trova a vivere un confronto con la chiesa e con la religione di dimensioni kafkiane davanti all'improvvisa notizia del processo di beatificazione della madre e di fronte alla scelta del figlio di frequentare a scuola l'ora di religione.

Nel 2003 esce una ricostruzione in chiave introspettiva del rapimento di Aldo Moro, "Buongiorno notte". La trama del film, tratta dal romanzo di Anna Laura Traghetti "Il prigioniero", immagina il rapporto tra Moro e uno dei suoi rapitori, una giovane donna. La ragazza, lacerata dal contrasto della sua doppia vita, bibliotecaria di giorno e terrorista di notte, scopre un'affinità umana con Moro che fa entrare in crisi le sue convinzioni ideologiche. Nessuno la capisce, se non un giovane scrittore, nonché futuro autore del film sulla vicenda, proprio il regista Bellocchio.


Per una filmografia completa

1961 - Abbasso lo zio (cortometraggio)
1961 - La colpa e la pena (cortometraggio)
1962 - Il Ginepro fatto uomo (cortometraggio)
1965 - I pugni in tasca
1965 - La colpa e la pena
1967 - La Cina è vicina
1969 - Amore e rabbia
1971 - Nel nome del padre
1973 - Sbatti il mostro in prima pagina
1975 - Matti da slegare
1976 - Marcia trionfale
1977 - Il gabbiano
1978 - La macchina cinema
1979 - Salto nel vuoto
1980 - Vacanze in Val Trebbia
1982 - Gli occhi, la bocca
1984 - Enrico IV
1986 - Il diavolo in corpo
1988 - La visione del Sabba
1990 - La condanna
1994 - Il sogno della farfalla
1995 - Sogni infranti
1997 - Il principe di Homburg
1998 - La religione della storia
1999 - La balia
2001 - Un altro mondo è possibile
2002 - L'ora di religione - Il sorriso di mia madre
2002 - Addio del passato
2002 - A un Millimetro dal Cuore
2003 - Buongiorno notte
2005 - Il regista di matrimoni

Cultura e Spettacoli, 2005-06-13